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| Il Manifiesto, Roma, 20 di gennaio di 2006 La Malinconia del movimiento Colloquio fra il Colectivo Situaciones e Sandro Mezzadra Tornando dopo più di un anno a Buenos Aires, nel mese di ottobre, l’impressione che ho è decisamente spaesante. Da una parte sono evidenti i segnali di una ripresa economica, di un rilancio dei consumi, della presenza di una classe media che riacquista sicurezza e che torna a imprimere il segno dei suoi stili di vita sulla quotidianità di molti quartieri centrali della capitale argentina. Al tempo stesso, ottobre è un mese elettorale, e la politica, nelle sue espressioni maggiormente visibili perlomeno, sembra ridursi nuovamente alla dimensione istituzionale e rappresentativa. È davvero difficile, girando per le strade della città, riscoprire i segni – fino allo scorso anno così evidenti – della grande esplosione di creatività collettiva determinata dallo sviluppo dei movimenti dopo l’insurrezione del 19 e 20 dicembre 2001. Lo stesso dibattito politico sembra aver rimosso quella stagione, e torna a focalizzarsi sulle anomalie del sistema politico argentino, irriducibile a quel bipolarismo di impronta “europea” che molti commentatori l’unica soluzione per i problemi del paese. Torna in mente la fine degli anni Novanta, la discussione che accompagnò le origini dell’esperienza (davvero fallimentare) dell’Alianza di De La Rua. Dall’altra parte, è sufficiente uscire dal centro della città, muoversi un poco nello sterminato conurbano bonaerense, per verificare quanto poco sia cambiato nelle condizioni di vita di una parte davvero consistente della popolazione. Qui continuano ad esempio, sono pratica quotidiana, le occupazioni di terre per costruire nuove case, che hanno rappresentato in questi anni la principale forma di sviluppo del tessuto metropolitano. Ma è più in generale una socialità davvero irriducibile alle retoriche dominanti quella che qui ti si presenta. Solo che, parlando con i compagni che sono stati protagonisti in questi anni delle più straordinarie esperienze di movimento cresciute attorno a questa socialità, ti trovi di fronte al racconto di una frammentazione estrema, di processi di spoliticizzazione che si sono dispiegati parallelamente alla cooptazione di una parte dei movimenti nella ricostruzione di apparati clientelari di mediazione sociale. Non mancano le esperienze interessanti, i progetti, le idee: ma in generale ti resta l’impressione di una malinconia di fondo, che si tratta forse di pensare politicamente. E non è che le manifestazioni contro Bush a Mar del Plata abbiano davvero rappresentato un segnale di controtendenza in questo senso: più che la ricchezza delle esperienze quotidiane che avevano caratterizzato lo sviluppo del movimento argentino negli scorsi anni, lì si è espresso un rifiuto molto “ideologico” delle politiche di Bush, importante finché si vuole, per carità, ma di segno diverso rispetto a ciò che impressionava in Argentina fino a non molto tempo fa. È a partire da questa esperienza della città che incontro i compagni del “colectivo situaciones”, con l’intenzione di provare a fare insieme il punto sugli sviluppi di questi ultimi mesi. E sembra naturale provare a impostare la stessa discussione sulla situazione argentina nella cornice di una più ampia riflessione su quel che sta accadendo in America latina. Mi sembra che potremmo partire da qualche considerazione sulla situazione complessiva latinoamericana. È abbastanza evidente che, sia per una serie di sviluppi interni al continente, sia per la situazione globale, con gli Stati uniti in qualche modo “distratti” dalla guerra in Iraq, si sono aperti negli ultimi due anni spazi crescenti per una politica autonoma latinoamericana. Direi di più: mi pare che si sia progressivamente imposta la consapevolezza del fatto che la dimensione continentale gioca un ruolo sempre più importante nella definizione delle politiche interne nei principali paesi latinoamericani. E questo determina una contraddizione piuttosto interessante con una retorica politica che continua a essere sostanzialmente centrata sulla sovranità nazionale. C’è intanto da segnalare una conseguenza in qualche modo paradossale della situazione che descrivi. Nella misura in cui si è effettivamente imposta la consapevolezza delle potenzialità che si sono aperte in America latina, è diventato sempre più difficile avere delle informazioni affidabili su quello che accade nei diversi paesi. Nel senso che la stessa informazione giornalistica è sempre più condizionata dai diversi progetti politici che si giocano nello spazio continentale, e spesso l’unico modo che hai per avere informazioni su quello che succede in un determinato paese è andarci di persona. È la ragione per cui negli ultimi tempi abbiamo cominciato a viaggiare molto in America latina, e in particolare abbiamo fatto due lunghi viaggi in Bolivia e in Messico. In generale, comunque, è evidente che negli ultimi anni molte cose sono effettivamente cambiate in molti paesi latinoamericani. In Uruguay, in Argentina, in Brasile, in Venezuela, per alcuni aspetti anche in Cile, sono arrivate al potere, certo in condizioni diverse, forze politiche che avevano a lungo rappresentato l’opposizione, spesso anche l’opposizione rivoluzionaria in quei paesi. Questo spiega in buona parte l’entusiasmo, l’eccitazione che attraversa il continente, l’impressione che molti hanno di trovarsi di fronte a una sorta di revival bolivariano… A noi pare, tuttavia, che senza negare in alcun modo la consistenza dei cambiamenti in atto, sia necessario mantenere un atteggiamento critico, assumere come problema analitico e politico lo iato tra i processi reali e la retorica che si determina attorno a essi. Ed è precisamente all’interno di questo iato che si pone il problema dell’informazione. C’è stata ad esempio, in Argentina e non solo, una crescita molto consistente degli investimenti di capitale latinoamericano, e ora ci sono movimenti di grande importanza attorno al tema del petrolio venezuelano. Di qui a proporre, come molti sembrano fare, una ridefinizione del vecchio slogan “i soviet più l’elettrificazione” nell’idea “petrolio venezuelano più discorso bolivariano” ci pare tuttavia che ne passi… C’è un problema di comprensione della nuova articolazione del rapporto tra capitali e discorso politico in America latina, e dell’inserimento di questa nuova articolazione dentro una situazione globale in trasformazione, che ci pare resti sostanzialmente fuori dal dibattito. Quel che in ogni caso mi pare certo è che la situazione latinoamericana è caratterizzata da una crisi profonda del modello neo-liberale che si era affermato negli anni Novanta, con una serie di caratteristiche omogenee, nel segno del cosiddetto “consenso di Washington”. Vi pare che emergano, dentro questa crisi, almeno alcuni caratteri comuni di un nuovo modello latinoamericano? Ci sembra che questa sia effettivamente la questione fondamentale su cui ragionare. Ma con una considerazione preliminare per noi molto importante. Quando si parla di neoliberalismo e di “consenso di Washington”, troppe volte abbiamo l’impressione che, nel discorso politico latinoamericano, ci si riferisca a politiche congiunturali, imposte dagli Stati uniti e dagli organismi internazionali, che si tratterebbe di sostituire con politiche nel segno dell’autonomia continentale. Il punto è invece, per noi, che il neoliberalismo ha segnato un passaggio irreversibile, strutturale, nella storia latinoamericana. Non è un cambio di classe politica a poter modificare le cose. Noi oggi siamo di fronte a governi “popolari”, per usare una categoria che ha una storia importante in America latina, che combattono il neoliberalismo partendo da condizioni strutturali compiutamente neoliberali. Questo è il punto a partire dal quale ci sembra
necessario analizzare le difficoltà di questi governi, non certo
il “tradimento” di dirigenti dei movimenti popolari una volta giunti al
potere! Se pensiamo al caso del Brasile, ma in qualche modo alla stessa
esperienza di Kirchner in Argentina, ci pare esattamente questo il problema:
siamo di fronte a governi che si sono formati dentro uno spazio aperto
dall’azione dei movimenti, che tuttavia non riescono a porre in atto le
politiche di redistribuzione che pure avrebbero tutta l’intenzione di
promuovere. Mi sembra interessante cercare di approfondire il significato del neoliberalismo come soglia strutturale in America latina. Quali sono le trasformazioni fondamentali che a vostro parere si possono collegare a questa soglia? Da una parte c’è la dimensione più evidente, quella che ha a che fare con la trasformazione della struttura della proprietà, della forma dell’attività economica prevalente in settori chiave. Pensa alla situazione argentina, dove l’intero settore dei servizi è privatizzato. Ma pensa a un’impresa “statale” come la Petrobras in Brasile, che gioca un ruolo fondamentale nei rapporti con il Venezuela e con la Bolivia, e in cui i capitali privati sono ormai decisivi rispetto agli assetti societari. D’altra parte c’è però qualcosa di più, e se possibile di più importante. C’è il fatto che la disarticolazione della classe operaia tradizionale ha prodotto processi di marginalizzazione e di informalizzazione che hanno investito e ridefinito in profondità la vita di una quantità enorme di persone in America latina. È certo una realtà che ha le sue origini nelle politiche neoliberali, ma che si è ormai in qualche modo resa autonoma, che ha determinato problemi giganteschi, ma che ha anche nutrito pratiche sociali e forme di vita che è impensabile poter “risolvere”, azzerare da un giorno all’altro. Questo ci sembra il problema fondamentale in America latina oggi, che rimane totalmente fuori dell’esperienza e delle politiche dei governi “popolari”. La gestione della vita di queste masse enormi di popolazione si definisce all’incrocio tra l’azione di organizzazioni criminali, forme biopolitiche di controllo spesso violentissimo e modalità di “autogoverno” profondamente ambivalenti. In questa situazione, da una parte legalità e illegalità tendono a indeterminarsi, mentre dall’altra è proprio questa popolazione a rappresentare in America latina l’esempio più prossimo di ciò che in Italia si definisce moltitudine: siamo di fronte a modalità di riproduzione della vita quotidiana del tutto al di là della forma nazionale e “popolare” classica. Capiamoci. È questo settore di popolazione che ha determinato i movimenti più significativi e innovativi degli ultimi anni, che ha prodotto le rotture che in un certo modo hanno reso possibili esperienze di governo di tipo nuovo. Però questo stesso settore di popolazione non è la base sociale su cui questi governi si appoggiano. E questi ultimi non sembrano avere sviluppato ipotesi politiche di relazione con il settore di popolazione di cui stiamo parlando che vadano al di là della coniugazione di clientelismo e di retoriche sicuritarie come forma di gestione di una forza lavoro che si riproduce sulla frontiera tra inclusione ed esclusione. È a fronte di questa realtà che le retoriche costruite sull’idea che sia possibile rilanciare modelli di integrazione attraverso lo Stato quali quelli che in Argentina si sperimentarono con una certa efficacia ad esempio nel primo decennio peronista, all’indomani della seconda guerra mondiale, ci sembrano grottesche. Quantomeno ci sembra che l’onere della prova ricada su coloro che utilizzano queste retoriche, mentre si parte dall’idea che la possibilità di cui parlavamo sia data nei fatti. E al tempo stesso, se un qualsiasi politico raccontasse con un minimo di sincerità quali sono i metodi con cui organizza il suo sostegno elettorale in un quartiere qualsiasi del conurbano di Buenos Aires, dovrebbe lasciare la politica da un giorno all’altro! In qualche modo, nella situazione attuale si sta riproducendo quello che possiamo chiamare il lato biopolitico del neoliberalismo degli anni Novanta. E questo accade in una situazione molto complessa dal punto di vista “geopolitico”, in cui ad esempio, dal punto di vista degli Stati uniti, la semplice stabilità di paesi come Brasile e Argentina rappresenta una garanzia rispetto a possibili sviluppi imprevisti della situazione in Bolivia, e le retoriche in stile anni Settanta di un governo come quello di Kirchner possono ben essere accettate come un prezzo che vale la pena pagare a fronte di una simile garanzia! Senza contare che, mentre il processo di integrazione a cui puntavano gli statunitensi, nel segno dell’ALCA, sta effettivamente fallendo come processo multilaterale, si moltiplicano gli accordi bilaterali tra Stati uniti e singoli paesi che pongono le condizioni per un approfondimento del neoliberalismo. Insomma, la crisi del “consenso di Washington”, per molti aspetti, è una crisi relativa, forse più una crisi di crescita che una vera crisi di trasformazione. Se guardiamo alla storia del neoliberalismo in America latina in una prospettiva di lungo periodo, riconoscendone l’origine nelle dittature militari degli anni Settanta in Cile e in Argentina, vi sono stati altri momenti di crisi nello sviluppo del neoliberalismo, tanto che si potrebbe descrivere quest’ultimo in termini ciclici, di stop and go come dicono certi economisti. Mi pare tuttavia che la situazione di oggi sia marcata da elementi di novità molto significativi. A partire dal fatto, evidentemente decisivo dal nostro punto di vista, che la crisi attuale del neoliberalismo sia stata determinata tra l’altro dallo sviluppo di movimenti estremamente radicali che si sono prodotti a partire dalle condizioni strutturali stesse prodotte dal neoliberalismo. Sì, questo è senz’altro vero, e si riflette se vuoi nella diversa determinazione con cui un governo come quello di Kirchner gestisce le trattative con il Fondo Monetario Internazionale o con imprese straniere che operano nel paese nel settore dei servizi. C’è poi da tener conto del fatto che, sempre ragionando sul caso argentino, il governo può giocare sul vantaggio competitivo garantito dalla svalutazione del peso. Questo consente, effettivamente, di puntare alla produzione di un blocco sociale che appoggi il governo significativamente diverso da quello che ad esempio appoggiò Menem negli anni Novanta. In qualche modo si può dire che Kirchner sia riuscito, anche attraverso il margine di manovra garantito dalla fine della parità tra peso e dollaro, a garantire una certa dinamica di crescita economica, di rilancio dei consumi, che ha consentito di recuperare allo Stato quei settori di classe media che avevano rappresentato una componente molto importante della rivolta di dicembre del 2001, partecipando successivamente soprattutto all’esperienza delle assemblee di quartiere. Non è certo un caso che questa esperienza sia stata la prima a entrare in crisi tra quelle nate dopo il 2001. D’altro canto c’è un altro aspetto che mostra
la persistenza della rivolta di dicembre nelle politiche di Kirchner.
Il governo attuale è un governo che non può, se non al prezzo
di mettere immediatamente in discussione la sua legittimità, adottare
misure repressive contro le mobilitazioni sociali. E attorno a questa
impossibilità si sta da una parte organizzando un’opposizione di
destra che oggi non ha la forza di imporre le sue soluzioni, ma che in
futuro può giocare un ruolo. Mentre dall’altra parte l’atteggiamento
del governo finisce per promuovere la diffusione di una sensazione generale
di insicurezza che conduce sempre più cittadini a rivolgersi ad
agenzie di vigilanza privata per risolvere i problemi della “sicurezza”
quotidiana. Con il risultato che l’economia privata della sicurezza sta
assumendo dimensioni davvero gigantesche, e costituisce un elemento che
sempre più condiziona la quotidianità. Il punto è che un governo come quello di Kirchner,
il primo che riconosce apertamente il ruolo fondamentale dei movimenti
sociali, li ha comunque collocati fin dal principio in una posizione molto
tradizionale, assegnando ai movimenti il ruolo di elaborare domande a
cui poi solo il sistema politico può dare una risposta. La dimensione
costruttiva, il potenziale di invenzione di soluzioni, di forme di vita,
perfino di nuove istituzioni sociali, che ha caratterizzato i movimenti
degli ultimi anni è stato fin dall’inizio cancellato dalle politiche
di Kirchner. Riconoscimento mediatico e cooptazione all’interno di classiche
modalità clientelari: questa è stata l’“offerta” di Kirchner
ai movimenti. E questi ultimi non sono stati in grado di sottrarsi alla
forza di questa offerta: l’unica alternativa è stata la marginalità,
non c’è stata, e lo diciamo anche in senso autocritico, la capacità
di approfondire, di consolidare il potenziale costruttivo dell’autonomia.
Un realismo dell’autonomia: è questo il problema fondamentale –
e il compito – che deriviamo dagli sviluppi e dalle nostre stesse pratiche
degli ultimi anni. Ecco, proviamo a sperimentare quello che chiamate realismo dell’autonomia applicandolo all’analisi della situazione boliviana. Siete stati per oltre un mese in Bolivia, avete incontrato esponenti delle diverse realtà in movimento in quel paese e siete attualmente impegnati in una serie di progetti editoriali molto interessanti, che hanno tra l’altro l’obiettivo di consolidare i rapporti che avete intrapreso nel corso del viaggio… Bene, quello che ci ha maggiormente colpiti in Bolivia, in effetti, è stato proprio il fatto che il principio dell’autonomia, la costruzione di una rete alternativa di rapporti sociali, ha una base materiale molto più ampia di quello che è mai accaduto in Argentina, anche dopo l’insurrezione del dicembre 2001. Nelle condizioni particolari della Bolivia del resto, per il peso della questione indigena e dell’eredità del colonialismo, questa rete alternativa di rapporti sociali si pone esplicitamente contro il principio dello Stato nazione. E ciò crea una tensione permanente con ipotesi politiche che, come quella stessa di Evo Morales, assumono comunque lo Stato nazione come punto di riferimento. Sia chiaro: non si tratta di fare un’apologia acritica di questa rete alternativa di rapporti sociali. È molto diffusa, nei movimenti boliviani, un’ideologia comunitaria che ha risvolti raccapriccianti, come l’idea di una giustizia comunitaria che non si fa alcun problema a considerare la pena di morte una sanzione “naturale” per tutta una serie di comportamenti “devianti”. È la ragione per cui abbiamo trovato molto interessanti le posizioni di un collettivo femminista come “Mujeres creando”, di cui abbiamo pubblicato una serie di testi (La Virgen de los Deseos, Tinta Limón, 2005): la loro critica al fondamento patriarcale dei rapporti comunitari ci pare molto interessante proprio per le caratteristiche specifiche dei movimenti boliviani. E tuttavia il problema resta: la Bolivia oggi è un gigantesco laboratorio, in cui movimenti eterogenei stanno materialmente producendo modi di vita, forme di cooperazione, modelli economici alternativi rispetto a quelli che si inscrivono nella cornice dello Stato nazionale, con i suoi codici di funzionamento centrati attorno agli istituti rappresentativi. La produzione di ipotesi politiche capaci di rapportarsi a questa realtà è un’urgenza assoluta… Mi pare però che qui si ponga un problema tutt’altro che secondario. Se guardiamo alla realtà latinoamericana di questi ultimi anni, all’Argentina o al Brasile per esempio, quel che emerge piuttosto chiaramente è che a un certo punto, in presenza di movimenti radicati e straordinariamente innovativi, il sistema politico riesce a riconquistare la centralità che sembrava aver perduto proprio attraverso il momento fondativo della logica rappresentativa: le elezioni. Non è che la situazione sia molto diversa, da questo punto di vista, in Italia… Vi pare che in Bolivia possa succedere qualcosa di simile con le elezioni di dicembre? Intanto quello che ci sembra necessario dire rispetto alla situazione latinoamericana è che il problema da te giustamente segnalato non conduce alla scomparsa dei movimenti. Il recupero di centralità da parte del sistema politico, che si è ad esempio chiaramente determinato in Argentina dopo l’elezione di Kirchner alla presidenza, muta le condizioni di espressione e di rappresentazione dei movimenti, introduce difficoltà impreviste, ma non ne cancella la presenza e la potenza. Questo, ne siamo sicuri, vale tanto più per una situazione come quella boliviana, in cui come dicevamo i movimenti hanno un radicamento e un’estensione straordinari. Ma più in generale, a noi pare che la produzione di movimenti sociali autonomi sia ormai una caratteristica strutturale della situazione latinoamericana, con cui lo stesso sistema politico, sul medio periodo, è costretto a fare i conti. È in fondo una valutazione che si può leggere in controluce nella sesta dichiarazione degli zapatisti. Dopo essere stati in Bolivia, avete fatto un altro importante viaggio, proprio in Messico. Siete stati sia in Chiapas sia a Città del Messico. Che impressione vi siete fatti della sesta dichiarazione dell’EZLN e del dibattito che ha determinato? Abbiamo avuto l’impressione che la sesta dichiarazione dell’EZLN assuma un’importanza politica fondamentale in un contesto messicano e continentale caratterizzato da un certo spostamento dalla dinamica dei movimenti a quella dei governi. A livello nazionale, la situazione è molto complessa, e vale la pena ricapitolare alcuni elementi fondamentali di questa complessità. A partire dal 1988, il Messico è stato attraversato da grandi movimenti di democratizzazione. Ciò nonostante, il PRI è riuscito a controllare la situazione fino alla fine degli anni ’90. In questo processo, l’insorgere dello zapatismo nel gennaio del ’94, con l’attacco al NAFTA e al governo di Salinas, ha rappresentato un duro colpo per questo modo completamente autoritario e neoliberale di governare. Ma quando il PRI ha finalmente perso le elezioni, ad approfittarne, entro una dinamica elettorale tutt’altro che limpida, non sono stati il PRD e il suo candidato Cardenas, bensì il PAN, il partito conservatore e ultra-liberale di Vicente Fox. In questi anni, lo zapatismo ha sviluppato una lunga
lotta per i diritti indigeni e popolari, elaborando rivendicazioni che
sono state rifiutate dall’intero sistema politico, dai tre poteri dello
Stato e dai tre grandi partiti nazionali. Ma queste lotte hanno comunque
determinato forti mobilitazioni, hanno cioè innescato un processo
di rinnovata politicizzazione in Messico. Non si tratta solo dell’autogoverno comunitario, che ha una lunga tradizione, né di una sovrapposizione di strutture di autogoverno a quelle amministrative ufficiali: è un tentativo di organizzare sul livello regionale l’autonomia, dando vita a un coordinamento di liberi municipi. Le Giunte del buon governo amministrano questioni di giustizia, di terre, di salute, di istruzione in grandi territori. E sono formate da membri di tutti i municipi liberi. La loro sede sono le cosiddette Caracoles, cinque in tutto il territorio zapatista del Chiapas. È lì che si riceve la gente che si avvicina allo zapatismo, che si valutano progetti, etc. Questo autogoverno regionale realizza la sintesi del potere esercitato nel territorio zapatista. Quando siamo stati in Chiapas, abbiamo potuto constatare i livelli di effettiva autonomia rispetto allo Stato. Su terreni come la salute, la giustizia e l’istruzione, è davvero impressionante quello che gli zapatisti sono riusciti a produrre, ponendosi direttamente in competizione con lo Stato anche di fronte a popolazioni che senza essere zapatiste si avvicinano alle Giunte o agli ospedali per chiedere questi servizi. Intanto, il sistema politico messicano prepara le elezioni nazionali per la metà del 2006. Lo scontro sarà tra López Obrador, attuale capo di governo di Città del Messico e candidato del PRD, e Madrazo, il candidato del PRI che può contare su grandi risorse e strutture, e che rappresenta la continuità della cultura clientelare e mafiosa che ha governato il Messico per decenni. Nei mesi scorsi, c’è stato un tentativo della giustizia messicana di impedire che López Obrador si candidasse alla presidenza. Ne è seguita una straordinaria mobilitazione a Città del Messico, a cui hanno partecipato milioni di persone. Anche gli zapatisti hanno appoggiato questa mobilitazione, facendo però una distinzione: quella che era sostenuta era la possibilità di López Obrador di partecipare alle elezioni, non la sua candidatura. Non è difficile comprendere le ragioni dell’appoggio degli zapatisti alla mobilitazione di Città del Messico, dato che in piazza c’erano molti di quelli che si erano mobilitati negli anni precedenti contro la guerra in Chiapas e a favore degli stessi zapatisti. La crisi si è conclusa con l’ammissione di López Obrador alle elezioni presidenziali, ma al tempo stesso con un appello di quest’ultimo alla gente perché tornasse a casa. Da quel momento le cose avrebbero dovuto riprendere l’andamento abituale: una fase di pre-campagna elettorale e di precisazione degli schieramenti, e poi l’inizio della campagna elettorale vera e propria. Tra una cosa e l’altra, ci sarebbe stato un anno intero di congelamento di qualsiasi iniziativa che non passasse attraverso la mediazione del sistema politico. È in questo contesto che si inserisce l’iniziativa zapatista. Prima con la dichiarazione di un “allarme rosso”, quindi con la pubblicazione di una serie di comunicati che nel loro complesso compongono la sesta dichiarazione. Già molti compagni, ma anche molti analisti politici, hanno messo in evidenza la complessità della sesta dichiarazione. In breve: si tratta di un documento politico che descrive la situazione politica attuale attaccando López Obrador come candidato di Washington, accusandolo tra l’altro di avere formato la sua lista elettorale con riconosciuti nemici dello zapatismo, che stanno passando dal PRI al PRD. La sesta dichiarazione definisce il neoliberalismo come una guerra reale, e insiste sul fatto che il PRD non ne modificherà e non ne metterà in discussione le linee di fondo. Al contrario, come in qualche modo annunciano i paramilitari di Sinacantán (antizapatisti e al tempo stesso legati al PRD), il PRD attaccherebbe, anche militarmente, movimenti come quello zapatista. La sesta dichiarazione continua ricordando come l’intero sistema politico, compreso il PRD, abbia fatto fronte contro la rivendicazione di diritti per gli indigeni, e annuncia un’iniziativa politica. Su un altro livello, la dichiarazione riconosce le lotte attuali e le resistenze in America latina, e si iscrive essa stessa in questo contesto, così come a livello internazionale si identifica con la resistenza globale al capitalismo. Nella dichiarazione c’è anche un bilancio dello sviluppo dello zapatismo: da una parte si riconosce che le Caracoles e le Giunte del buon governo sono state le iniziative più importanti dell’ultimo periodo, dall’altra si insiste sul fatto che l’EZLN è un esercito di liberazione nazionale, che non può ripiegare su un territorio per gestire un’autonomia locale. Di qui, dopo un processo di consultazione con le comunità, la nuova iniziativa politica, che si rivolge a tutti coloro che sono tra i perdenti del neoliberalismo e a coloro che si identificano con una sinistra determinata. L’idea è di girare per il paese, ascoltare esperienze, vedere realtà in evoluzione e tentare di affermare un programma di lotta nazionale, di lanciare una “contro-campagna” in grado di sviluppare una presenza politica all’interno dello scenario elettorale. Gli zapatisti hanno quindi convocato una serie di riunioni e assemblee in Chiapas, precisando che per loro non si tratta né di costruire un partito, né di partecipare alle elezioni, né, tanto meno, di appoggiare López Obrador. A livello continentale, sulla base di quello che abbiamo detto in precedenza, possiamo dire che l’importanza della sesta dichiarazione consiste nel riconoscimento da parte dello zapatismo della sua partecipazione a processi aperti di lotta in vari punti del continente, ma anche nel fatto che questa partecipazione consolida una prospettiva autonoma. Non si tratta, in altri termini, di costruire processi di unificazione delle lotte dall’alto, ma di rafforzare la prospettiva e le esperienze dell’autogoverno, di alimentare le esperienze comunitarie. La nostra valutazione generale della sesta dichiarazione zapatista si potrebbe dunque riassumere in due punti. Da una parte, in una grande aspettativa di fronte al semplice fatto che si sia levata una voce che rivendica una politica fatta dal basso, una voce autonoma capace di segnare un qualche confine rispetto a un tipo di politica di governo, in crescita a livello continentale, che recupera rivendicazioni e temi dei movimenti indebolendone tuttavia le possibilità concrete di organizzazione e mobilitazione. Si tratta senza dubbio di un’iniziativa molto audace, ed è difficile anche solo immaginare il tipo di risposta che i movimenti messicani daranno a questa iniziativa. Però senza dubbio guardiamo al processo in atto con un interesse particolare. D’altro canto, lo seguiamo non senza una certa preoccupazione, domandandoci cioè che cosa succederebbe se il processo stesso fosse bloccato dalla repressione o da qualche tipo di fallimento politico: già molte volte il sistema politico ha rifiutato di ascoltare le domande degli zapatisti, e in Chiapas persiste un alto livello di militarizzazione. Torniamo, per concludere, all’Argentina. Che prospettive vedete per lo sviluppo della situazione politica complessiva e per i movimenti? Ma soprattutto: in questi anni il vostro lavoro di inchiesta militante dentro i movimenti ha prodotto un certo modo di intendere la pratica politica. Che tipo di riflessioni state facendo a questo proposito nelle nuove condizioni in cui vi trovate a operare? Per noi si è trattato, in questi ultimi anni, di sviluppare una pratica di inchiesta militante che sapesse unificare ciò che era rimasto troppo a lungo separato: un’inchiesta che sapesse determinare l’elaborazione delle esperienze di determinati movimenti restando più “vicina” ai movimenti stessi di quello che finora hanno fatto i ricercatori accademici o i militanti politici classici. Gli uni per adeguarsi agli standard universitari, gli altri per fare prevalere sempre la loro linea politica. È chiaro che il nostro lavoro non può rimanere indifferente al modo in cui i movimenti si stanno trasformando, e che oggi, sulla base delle esperienze fatte, si tratta di diversificare e di articolare una serie di iniziative che valorizzino i risultati del lavoro di questi anni. Da un lato, non possiamo immaginare una pratica intellettuale e politica slegata dalle condizioni reali prodotte dai movimenti, dalle loro pratiche, dalle loro ricerche, dalle loro inquietudini. Dall’altro, abbiamo vissuto un periodo di grande produttività politica e intellettuale. Tra il 2001 e il 2003, in Argentina, si sono fatte e dette molte cose che in qualche modo hanno modificato la cultura politica del paese. Siamo stati in molti, con diversi stili, a partecipare a questa elaborazione e a diffondere questi linguaggi. Ora, questa elaborazione si è fatta più sotterranea. Al di là di esplosioni episodiche, che si producono in realtà molto spesso, i movimenti che sono stati protagonisti delle lotte fino al 2003 sono impegnati in un processo, molto ricco, di analisi e valutazione, in qualche modo “introspettivo”. Siamo dunque in una situazione un po’ paradossale, in cui da una parte abbiamo l’apparenza di un consistente riflusso, mentre dall’altra percepiamo che si stanno elaborando le basi di una nuova produttività, riflettendo su quello che è stato fatto e cercando di individuarne i limiti per potere andare oltre. Per parte nostra, stiamo ricalibrando la pratica dei seminari all’interno dei movimenti, che ha rappresentato un aspetto essenziale del nostro lavoro di questi anni, proprio su questo livello. Certo, le lotte tra il 2001 e il 2003 hanno consumato un’enorme energia, ci hanno lasciato tutti per così dire esausti. Ma d’altra parte ci sono una serie di nuovi elementi, determinati anche dall’eco di nuove lotte in altri paesi latinoamericani, ma provenienti poi dallo sviluppo di una serie di resistenze e di esplosioni sociali che si sono continuamente riprodotte negli ultimi due anni e che si legano al modo in cui si gestiscono le condizioni di vita della popolazione: da rivolte contro le imprese ferroviarie privatizzate a movimenti studenteschi per le condizioni dell’edilizia scolastica alla ricomposizione di lotte salariali. È chiaro che queste nuove dinamiche hanno richiesto
una nuova attenzione da parte nostra, e siamo alla ricerca dei modi per
partecipare a questo processo. Da questo punto di vista, l’iniziativa
più importante che abbiamo sviluppato è stata la fondazione
di una casa editrice, “Tinta Limón” (www.tintalimonediciones.org).
I suoi obiettivi fondamentali sono introdurre nella dinamica attuale enunciati,
riflessioni teoriche che possano entrare in risonanza con l’elaborazione
che si produce all’interno delle lotte locali, ma al tempo stesso fare
in modo che dall’interno di queste lotte e di queste esperienze la riflessione
e il dibattito possano tradursi in testi politici. |