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Assemblee, cazerolas
e piquetes
Sull’insurrezione argentina del 19 e 20 dicembre 2001
Collettivo Situaciones
Questo terzo intervento di indagine sulle nuove forme di protagonismo
tenta di discutere, dall’interno stesso del processo di mobilitazione
delle assemblee, piquetes e altre forme di nuova soggettività radicale,
alcuni elementi della attuale congiuntura. L’intervento 1 era rivolto
a
pensare le forme emergenti di una radicalità all’interno di quello
che è
chiamato "movimento piquetero". Fu poi pubblicato nel quaderno
numero 4 di
Situaciones, "Conversazioni con il Movimento dei Lavoratori
Disoccupati-MTD- di Solano". Il secondo intervento era orientato
interamente a discutere l’esperienza di sapere no-profit, sulla base dei
vissuti della Comunità Educativa Crescendo Insieme, del partito
di Moreno
nella Provincia di Buenos Aires. Questo terzo "Intervento" continua
la
riflessione che iniziammo con la Quarta Dichiarazione del collettivo,
a
proposito dell’insurrezione del 19 e 20 dicembre 2001. Va però
oltre: è
dedicato al movimento delle Assemblee (e alle loro relazioni con i
piquetes); contemporaneamente è un’anticipazione del nostro prossimo
libro.
I
I giorni 19 e 20 dicembre vivemmo un’insurrezione di tipo nuovo. Si vide
fino a che punto può arrivare la forza del popolo nelle strade,
ciò che
veramente conta quando questa energia si scatena. La novità si
espresse in
molte forme: non ci furono dirigenti, non ci furono promesse e non si
videro organizzazioni centralizzate convocare o organizzare la
mobilitazione.
Si trattò di un vero "NO". Ma non fu semplicemente l’occasione
per
esprimere il rigetto. Si trattò di un "no-positivo":
un’affermazione etica
senza precedenti che ci apre, almeno come possibilità, nuovi cammini
da
percorrere.
Si è manifestata ora, precisamente, l’esigenza di realizzare questo
percorso aperto davanti a noi, cercando nuove forme di partecipazione,
di
reinventare l’esistenza, di produrre nuovi legami e modalità di
pensiero.
II
Migliaia di persone si riunirono in decine di quartieri per discutere
e
spiegare quello che fu messo in gioco nei giorni 19 e 20 dicembre.
Le assemblee sono state adottate come forma di discussione, coordinamento
e pensiero collettivo da tutti quelli che hanno deciso di organizzarsi
oltre le forme classiche della politica.
Le assemblee organizzate nella città di Buenos Aires e nei dintorni,
nella
Provincia di Buenos Aire, non nacquero dal nulla.
Di certo le lotte piqueteras furono quelle che per prime scesero nelle
strade. Quelle, in condizioni molto diverse, aprirono il cammino che ora
incominciano a percorrere le assemblee. Questa è la vera fratellanza
tra
piquetes e assemblee. I piquetes mostrarono ciò che oggi verificano
le
assemblee: che stanno sorgendo nuove forme di intervento nella lotta per
la giustizia, che non si occupano più di rinnovare maggioritariamente
i
partiti né le élite di governo.
Nei piquetes e nelle assemblee si comincia a dibattere su quali siano
queste forme di protagonismo, una volta scartate le vie politiche
tradizionali.
Questa è la ricchezza dell’attuale movimento. Non ci sono richieste
in
grado di esaurire le potenzialità del processo aperto.
I piquetes non chiedono "solo" lavoro, cibo, diritti. Chiedono
un di più,
che non può essere espresso con il linguaggio della richiesta.
Oltre le
richieste, si lotta per la giustizia e per il "cambiamento sociale".
E lo stesso succede con le assemblee. Oltre il discorso sociologico- dei
politici intellettuali e dei giornalisti- le assemblee si costituiscono
intorno al desiderio di giustizia e presenza che nessuna conquista, per
importante che sia, può esaurire.
Ciò non significa che la mobilitazione delle assemblee sia irreversibile.
Ma che, anche quando le energie dovessero decadere o il movimento andasse
disperso - o, ancora peggio, più o meno istituzionalizzato- sopravviverà
il segno etico delle giornate del 19 e 20 e delle esperienze successive
che cercarono di svilupparlo. Perché la giustizia non è
qualcosa che si va
ad ottenere qualche volta, ma ci muove e ci ispira.
III
Le assemblee sono un luogo di ricerca pratica. Lì si elabora. Perciò,
dato
che questo è il valore dell’esperienza, non c’è pericolo
maggiore che il
cadere nell’illusione di essere una "alternativa di potere".
Se non siamo in grado di creare nuove possibilità, saremo testimoni
di una
nuova frustrazione. E nessuno ci garantisce che questo non sia il destino
del processo.
Come evitare che il movimento cada in una polarizzazione facile e venga
assorbito completamente nel gioco della politica "seria", che
non veda
niente oltre a ciò che passa a livello di dirigenti e governo?
Le domande su come sostenere questo movimento aperto, attivo e legato
alla
molteplicità di aspetti che costituiscono la nostra esperienza,
diventano
questioni fondamentali dell’esperienza stessa.
IV
Se si tratta di percorrere lo spazio di libertà che ci si è
aperto, la
forma di questo percorso non può perdere la radicalità dell’origine.
Da
qui, allora, il mantenimento della consegna "che se ne vadano tutti",
e
l’insistente specificazione "che non ne rimanga nessuno". Sebbene
non ci
sia un sentire unico, nelle assemblee questa consegna va prendendo un
significato chiaro. Non si tratta, come parrebbe ad una prima lettura,
di
una consegna "negativa", ma di un rifiuto la cui forza viene
da ciò che
riesce ad "aprire".
"Che se ne vadano tutti" vuole liberare un terreno, un tempo
e la
possibilità di un modo radicale di praticare l’esperienza del legame
sociale.
È questa esperienza pratica, di aspirazioni fondanti, che è
importante,
perché pone una posta in gioco molto alta a ciascuno di noi. Dato
che per
essere veramente fedeli a quello che si gioca in questo processo, occorre
iniziare dall’ammettere fino a che punto "non sapevamo". Le
assemblee sono
un processo di rielaborazione collettiva sulle forme attuali di
emancipazione.
Perciò, una condizione fondamentale per lo sviluppo di questa esperienza
assembleare è la constatazione che "non c’è linea corretta":
l’unica
"linea" possibile è la ricerca, l’elaborazione messa
in pratica
all’interno delle assemblee e dei piquetes.
Ma affermare che "non c’è linea" non vuole dire che non
c’è niente da
fare. Al contrario: ci dice solo che questo "fare" di adesso
deve essere
capace di assumere quanto c’è di inedito e di incerto in questa
ricerca.
Una volta che abbiamo deciso di abbandonare le forme politiche classiche,
le lotte e le esperienze che producono nuove forme di esistenza sociale
e
individuale si vedono spogliate di tutta la vecchia garanzia, di tutto
il
sapere "astratto" sul "che fare" e di tutto il modo
tradizionale di
pensare, per arrivare ad un posto in cui le invenzioni sono all’ordine
del
giorno.
Questo è ciò che si chiese durante le giornate del 19 e
20 dicembre.
V
Potranno le assemblee e i piquetes, effettivamente, disfarsi di tutto
il
peso dei discorsi politici tradizionali ("rivoluzionari" e "riformisti",
"nazionalisti" e "cittadinisti", ecc), per proporsi,
senza tentennamenti,
come un vero centro propulsore di nuove esperienze, come un luogo di
creazione radicale?
Non c’è nessuno che lo sappia prima. Però c’è qualche
buon auspicio. Non
sono pochi oggi, in Argentina – e in America Latina- , che sviluppano
pratiche tra le più interessanti e forti con la convinzione che
non c’è
altra "linea" che essere capaci di pensare, in situazioni senza
"modello".
VI
Perciò può essere importante pensare che significato ha
questa sensazione
di vivere un momento storico. Se effettivamente questo momento ha una
forte valenza storica per migliaia e migliaia di persone, è fondamentale
capire ciò che c’è dietro alle immagini che la memoria storica
associa a
questa esperienza.
L’emozione viene, di fatto, dall’impressione di stare rivivendo giornate
storiche -veri miti- di rivoluzioni passate. Però sappiamo tutti
che la
vertigine di questi tempi non è un vuoto trucco dell’immaginazione,
ma
sono i ricordi storici che si riattivano al fragore degli avvenimenti,
che da’ senso a ciascuna marcia, assemblea, cacerolazo o mobilitazione.
Ciò può essere visto in prospettiva.
Dalle rivoluzioni moderne nacquero i partiti politici. La loro funzione
essenziale fu di intermediazione tra i movimenti di base e lo stato. È
chiaro che in questa relazione a tre –base sociale, partiti e Stato- il
punto chiave fu sempre lo Stato, luogo immaginato come il centro in cui
si
radicava il potere della società.
Sull’onda delle rivoluzioni socialiste del XX secolo apparvero i partiti
che contestavano il capitalismo (comunisti, socialisti, nazionalisti
rivoluzionari, etc.) i quali nel promuovere una rivoluzione contro il
sistema riprodussero prevalentemente la stessa relazione di "mediazione"
tra le basi e lo Stato e la stessa fiducia che il potere statale potesse
trasformare la società.
Tutto un secolo di rivoluzioni anticapitaliste credette, in un modo o
in
un altro, che le società potessero essere trasformate dall’alto.
Questa
esperienza non può essere stata vana. Al contrario, è grazie
a quella che
oggi sappiamo che sono le lotte di base quelle che spingono al
cambiamento, e portano a nuove forme di socialità.
Però questo "sapere" non venne facilmente acquisito.
Il fallimento del
modello delle "rivoluzioni dall’alto" costituì un duro
fardello per le
diverse lotte che si svilupparono nella decade scorsa. Tutti quelli che
svilupparono esperienze di resistenza negli ultimi anni erano visti come
"utopisti" e "irrealisti".
Sfortunatamente le lotte attuali non dicono come sarà il mondo
"domani".
La loro legittimità è legata alla loro capacità di
produrre, nella lotta
stessa, nuovi valori di giustizia, partendo da iniziative e progetti
concreti.
I piquetes e le assemblee si sviluppano in queste circostanze, e nella
loro stessa costituzione si stanno sviluppando questi nuovi elementi di
un
effettivo contropotere.
VII
Nel quartiere di Floresta, il giorno seguente all’assassinio di tre
ragazzi –verso la fine del 2001- nacque la prima assemblea popolare.
I vicini, riuniti, discutevano proposte di tutti i tipi: petizioni, feste
e raccolte di firme. Gli amici dei ragazzi bazzicavano l’assemblea senza
molto interesse, pensando in silenzio che fare della voglia di demolire
il
commissariato che proteggeva l’assassino. Quando i vicini percepirono
l’apparente indifferenza dei ragazzi riguardo a ciò che stavano
discutendo, chiesero loro di dire quello che si poteva fare. Uno dei
ragazzi prese il megafono e spiegò: «A me quello che si discute
nelle
assemblee non interessa molto; qui quello che c’è da fare è
stare! Non so
come, però bisogna stare qui, tutti i giorni».
Questa è, sicuramente, una delle formulazioni che più chiaramente
ci
rivela il significato delle giornate del 19 e 20, e dei fatti che
seguirono: l’importanza dello "stare", non solo per esprimere
"opinioni"
su quello che dovrebbe succedere –come tristi capi ai quali la truppa
non
obbedisce-, ma per STARE, semplicemente, formando parte di un divenire
che
ora nessuno può aspirare a controllare, di un processo che si autoproduce
oltre -e attraverso- ciascuno di noi.
Questo non implica una posizione passiva, di attesa. Al contrario,
comporta accettare il fatto che l’attività si sviluppi senza centri,
senza
leader e senza promesse sul futuro, partendo da una ricerca collettiva
sulla via del nuovo protagonismo sociale.
VIII
Le assemblee non adottano nemmeno una forma a caso. Si organizzano come
vere operazioni pratiche, per mezzo delle quali si stanno dando –e noi
ce
ne stiamo appropriando- le condizioni nelle quali ci tocca agire.
Sappiamo che le cose sono cambiate: queste trasformazioni si esprimono
in
alterazioni nella politica, nell’economia, nelle soggettività,
infine, in
tutti i campi dell’esistenza. Però questi cambiamenti non possono
diventare una scusa per l’immobilismo. Il discorso della "complessità",
che ci dice che questo mondo postmoderno è "comprensibile"
solo dai
"tecnici", nasconde il fatto che nemmeno per loro il mondo è
"manipolabile".
Così, sotto l’illusione che pochi maneggino il mondo, il discorso
della
"complessità" è un invito alla passività
per ciascuno di noi. Le cose sono
"piuttosto complesse" secondo questa ideologia "tecnicista"
che ci
condanna all’impotenza, impedendo un’azione di riappropriazione della
nostra condizione, della nostra capacità di pensare e dell’agire
in essa.
Il metodo assembleare apre alla possibilità di abbandonare la passività.
Soprattutto, la passività che deriva dalla "posizione di vittima".
Con la nascita di questo movimento, la questione dell’appropriazione delle
condizioni personali e collettive può essere trattata in altro
modo,
stabilendo forme di sovranità sulle capacità e le risorse
che il processo
stesso offre.
È in questo senso che tanto le assemblee quanto i piquetes tendono
ad
andare oltre a quello che la militanza politica classica si aspetta da
loro.
Però sostenere questo superamento implica un lavoro: un fermo rifiuto
dei
"professionisti della linea politica".
Questi gruppi di "illuminati" non possono che impoverire l’assemblea
nella
stessa misura in cui non la rispettano come luogo di elaborazione e di
riflessione. Non procedono con gli altri. Loro "già sanno",
da "prima",
ciò che conviene e ciò che non conviene fare. I loro interventi
–a
differenza di chi apporta il proprio contributo- spingono verso la
distruzione della possibilità di socializzare le esperienze.
Le assemblee lavorano, ricercano, elaborano. All’interno di questo
processo si dispiegano posizioni differenti. Lontano dal preoccuparsi
di
questa situazione, l’assemblea sa fino a che punto queste differenze sono
parte essenziale del processo di pensiero. La discussione divide per
unire, e poi unisce definitivamente, evitando così rotture inutili
e
separazioni dovute a differenze narcisistiche, puramente immaginarie.
Non si tratta di ottenere facili consensi, ma nemmeno di disputarsi
l’egemonia.
Questi metodi di discussione riproducono le forme del potere che si sta
rifiutando tanto radicalmente. E niente sarebbe più triste che
costruire
piccoli spazi burocratici pieni di minuscoli poteri alla stregua dei
"tiranni del quartiere".
Dominare un’assemblea significa annientarla. Invece, i veri "dirigenti"
sono sempre legati alla situazione: sono quelli che meglio lavorano
all’interno del piquete o dell’assemblea, organizzando il pensiero
collettivo, dall’interno, collaborando perché l’insieme si rafforzi
autonomamente, e mai separandosi da quello, per sottometterlo.
IX
In che cosa consiste l’unità tra i piquetes e le assemblee?
Il problema di molti di quelli che richiamano a questa unità è
che la
immaginano come una "alleanza politica". Questa sarebbe un’illusione,
una
scorciatoia. Un’alleanza così che pretendesse di dare "coerenza"
alla
molteplicità del movimento "dall’alto" non sarebbe fedele
alla potenza del
processo.
Le assemblee e i piquetes si sviluppano ciascuno secondo le proprie
condizioni. Indubbiamente però hanno molti punti d’incontro fondamentali.
Li separano le richieste, ma l’esperienza comune di stabilire nuovi
modelli di partecipazione può comportare forme più profonde
d’interscambio.
Perché il legame dovrebbe essere ridotto a semplici "adesioni"
a "incontri
nazionali"? Perché questa unione dovrebbe essere solo "politica"?
Perché
continuare a sognare incontri tra piqueteros e membri delle assemblee
solo
a partire da forme di rappresentazione politica?
Si parla, così, di "alleanze di classe": "disoccupati"
e "classi medie".
Blocchi stradali e cacerolas.
Prontamente il potere analizza tutto quello che sta succedendo con un
linguaggio "pseudo marxista": tutto viene letto in termini di
classi
sociali, di interessi materiali, di razionalità condizionata fortemente
dall’inserimento nella struttura economica.
Il modello di "alleanza di classe" oscura i processi in gioco.
E non solo
impoverisce, ma finisce per essere utilizzata, da un lato per incolpare
la
"classe media" –"inclusi"- per non essersi mobilitata
se non "quando sono
stati toccate le loro borse"; e dall’altro, per "confermare"
che gli
"esclusi" si sono mossi prima perché "già
non avevano niente nelle loro
borse".
È contenuta, in germe, una riedizione della divisione sociale del
lavoro
"politico" tra le assemblee e i piquetes: le classi medie –"educate"-
sarebbero la direzione "culturale o ideologica" di un movimento
nel quale
gli "esclusi" sarebbero una "forza di scontro" o "corpo
obbediente".
"Inclusi" ed "esclusi", classi medie e disoccupati
–o "poveri"-, sono
categorie di un pensiero che concepisce la politica come un’operazione
ideologica di inclusione, dimenticando -deliberatamente- fino a che punto
la norma è sempre escludente e che desiderarla è già
un impoverimento
della nostra esistenza.
Inclusi ed esclusi sono, allora, categorie fuorvianti. Non c’è
posto per
gli esclusi se non precisamente quello in cui stanno, ai margini. Non
c’è
inclusione possibile –né presente né futura- per chi già
non vuole
assistere passivamente all’impoverimento –materiale, intellettuale e
spirituale- della propria vita.
Perciò, il "classismo" con tutte "le classi"
che tira in ballo ("siamo
della classe media argentina"; "i lavoratori e i loro interessi",
etc.) è
una forma di impoverimento che deriva dal ridurre la molteplicità
emergente alle condizioni economiche dalle quali proviene. Piqueteros
e
membri delle assemblee aspirano ad essere figure di una ricerca sul modo
di costruire un’autonomia reale, irriducibile ad ogni economicismo.
Questa riduzione della molteplicità del processo al "classismo"
-economico- è una condizione che il potere richiede per "rappresentare"
ciascuna di queste classi nel gioco della politica (dei partiti, candidati
e governanti). Per questa via, allora, si corre il rischio che vengano
riassorbite le energie espresse.
X
A partire dalle giornate del 19 e del 20 prese forma qualcosa che era
già
in gestazione. Ora è completamente visibile, per tutti, che dal
basso
vengono lotte molto interessanti. Queste stanno tentando di recuperare
una
dignità gravemente offesa da decenni.
Le esperienze degli ultimi anni –in America Latina e nel resto del mondo-
ci mostrano chiaramente che nessun "governo", da sé,
può ottenere questo
risultato.
Compreso un eventuale governo popolare che dovrebbe imparare a rispettare
la sovranità delle lotte che si vanno creando dal basso e a sostenere
il
vero cambiamento sociale. Perché tutte le volte che dalla politica
"contestataria" si pretende di dirigere le lotte della base,
si bloccano i
processi veramente democratici e si frustrano le esperienze più
forti.
Bisogna evitare in entrambe le esperienze in corso –piquetes e assemblee-
le tendenze alla centralizzazione, alla subordinazione di questa
molteplicità. La loro autonomia dovrebbe essere difesa, anche,
dall’emergere di eventuali gruppi di dirigenti/rappresentanti sorti dalle
assemblee e dai piquetes stessi, nella misura in cui intendano sostituire
la dinamica della base. L’espropriazione da parte di un gruppo di
dirigenti del protagonismo popolare (non importa quanto onesti siano)
è un
rischio maggiore.
Poiché appena si forma una rappresentanza del movimento, si inizia
anche
ad esercitare il potere verso l’interno: si crede di poter dire come deve
agire o pensare un "vicino" o un "piquetero". La centralizzazione
sacrifica in un sol colpo la molteplicità (che è la forza
– la chiave di
questi movimenti).
XI
La scommessa è pensare il movimento piquetero e assembleare come
esperienze che si possono sviluppare molto meglio senza "centri",
senza
luoghi privilegiati di organizzazione, né di direzione.
Contrapponendosi a secoli di presunte superiorità delle strutture
centralizzate e di separazione tra teoria e prassi, sappiamo oggi che
l’intelligenza attraversa tutto il corpo, e non vive chiusa nel cervello.
Le idee non fluiscono da un centro direzionale, ma dipendono da un’intera
rete sensibile e percettiva. Lo stesso si può pensare riguardo
al corpo
assembleare o piquetero. Sarebbe veramente nocivo il cristallizzarsi di
luoghi di "direzione" o di "coscienza" dei movimenti,
rispetto ai
"subordinati", "quelli di sotto", i "puramente
pratici".
L’esperienza delle assemblee tra quartieri di Parque Centenario, per
esempio, è un momento essenziale dell’organizzazione del movimento.
Bisogna però stare attenti che non diventi un luogo dal quale si
esprimono
nuovamente le tendenze alla centralizzazione che si sostituiscono al ruolo
delle assemblee.
È, allora, importante osservare come circolano saperi di situazione,
di
contropotere, tra le diverse esperienze di resistenza. Non si tratta di
semplici "articolazioni" politiche, ma di veri spazi di "composizione",
di
interscambio di esperienze, di pensiero congiunto, di iniziative concrete.
L’unità non può essere una consegna astratta, ma unità
del molteplice.
Il che implica un lavoro che consiste nel creare spazi, territori e tempi
propri del piquete e dell’assemblea, che permettano di sottrarsi alle
interpretazioni dei giornalisti, del governo e dei partiti, per passare
ad
assumere ciascun aspetto della congiuntura legato- esclusivamente- alla
forza dei movimenti e alla propria percezione delle scommesse e dei
problemi che si affrontano.
Le assemblee e i piquetes sono veri esperimenti di contropotere, nella
forma di sviluppo di fori popolari di discussione, di interscambio, di
ricerca e di azione diretta. La loro forza è, precisamente, la
molteplicità. Si giocano qui forme nuove e radicali nel praticare
la
libertà.
12 febbraio 2002
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