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Quel dicembre...A due anni dal 19 e 20.Che restò in noi di questo sconvolgimento che abbiamo chiamato 19 e 20, così alludendo al fenomeno insurrezionale di fine dicembre 2001? Soprattutto un' evidenza: ora non siamo gli stessi. Ma forse non conviene iniziare da qui: forse questa evidenza è troppo consumata. E, tuttavia, domandare nella prima persona del plurale può ricondurci nuovamente al linguaggio della politica: chi eravamo "noi" prima di quelle giornate? Un "noi" disperso, o "in formazione"? Forse anche questo. Punti disconnessi, resistenze sorde, crescenti e sorde. Tuttavia il "noi" sorto durante quei giorni si dispiegò alimentandosi di una vicinanza poche volte praticata. Ma ancora così non si configura un noi chiaro, lineare e definitivo, bensì uno sinuoso, a volte orgoglioso di sè, ma altre sprofondato nella rassegnazione e nel timore della dissoluzione. Seguiamo questo sentiero. Non Siamo gli stessi, le cose sono cambiate. E questo cambiamento non rimanda a un messaggio nitido, unico. Il cambiamento è multidirezionale, come multipla è la spazialità attuale in cui si esercitano pratiche e pensieri. Dicendo "No", si aprono ricerche, si potenziano lotte, si incentivano discussioni, si intessono relazioni, si approfondiscono interrogativi, si fa politica. In poche parole: si tengono idee e pratiche, rifiuti e costruzioni. Il territorio si modificò nella misura in cui veniva abitato in modi diversi. Ma anche si ascolta, "tutto questo non è servito a niente". Chi desolato, disilluso, quei vincoli che si strinsero anche smobilitarono e dopo la lunga estate del 2001 venne il riflusso fino al risentimento rispetto ai modi autonomi dell' agire. La contraddizione qui non è necessariamente un ostacolo. Constatare il "rattristamento" delle forze che pretendevano un avanzamento lineare dei modi di autorganizzazione popolare non dovrebbe implicare una mistificazione di questa declinazione nè una minimizzazione della rilevanza di quegli eventi: di fatto, non c' è modo di comprendere l' Argentina attuale senza considerare questi cambiamenti, così come la loro persistenza. Le cose potevano andare diversamente? Avrebbero dovuto? Forse che le buone intenzioni meritano il primato. O le buone ragioni dei più cervellotici pronostici. E infine, il divenire degli eventi avrebbe dovuto seguire altre leggi e non il segno complesso della realtà. Ma le cose non vanno mai così e non annoveriamo oggi grandi chiavi di lettura che ci dotino di un senso retroattivo verso le cose successe quei giorni. Non possediamo questo corollario ultimo dei fatti che ci consente di rifiutare definitivamente la intima, angustiante impressione che tutto sia potuto accadere invano: un' opera inconclusa, una quantità di energia che si dissipa, un mazzo di idee false, un miraggio collettivo che non sa assumere seriamente le sue sfide. La realtà gioca forte contro gli illusi, ma anche contro i saccenti. E ancora, annoveriamo la più ferma delle certezze rispetto alla contemporaneità emetica di quelle giornate, al punto che seguendo la traccia di quella potenza possiamo accedere al nucleo d' intelleggibilità più profondo dei dilemmi attuali. Come accade prima di ogni punto di inflessione, l' urgenza non si radica tanto, nè così tanto solo, nell' analisi meticolosa delle cause (che a volte non sono avulse dalla rottura stessa), ma bensì nell' esplorare le nuove possibilità pratiche, nel tracciare i vincoli necessari e nel mettere in questione i nuovi limiti del pensabile. E bene, la grammatica dei cambiamenti (e non solo dei suoi possibili orientamenti) continua a riaffermare i suoi caratteri di complessità. Al punto che sembra pertinente chiedersi se tante continuità (politiche, sociali e economiche) non ci parlino della inesauribile capacità di persistenza di quanto per comodità chiamiamo "la realtà". Infatti, potrebbe essere che i fatti di dicembre siano stati un' esplosione relativamente spicciola per l' assenza dell' ago che imbastisce i pezzi della tela. Solo che la cucitura esiste, e lascia i suoi segni. Un primo modo di verificare il cambiamento radicale nell' immediato: i discorsi che si impegnano coraggiosamente nel sostenere che qui "nulla è successo". Sono molti, troppi: questo è sospetto. Perchè negare con tanta insistenza una cosa che si presume inesistente? E ancora: Non è questa stessa foga di negazione indice di un certo cambiamento nel campo del discutibile, del pensabile, dell' immaginabile? Infatti, pensiamo al "metodo del sospetto", il più immediato. Pensiamo alle realtà più stabili: la dignità raggiunta dai movimenti sociali radicali. Senza andare troppo lontani, tutto il discorso del governo attuale non fa che lavorare intorno a questa legittimità, a questa dignità per proclamare da qui che questi movimenti "furono" molto importanti, ma oggi non ce n' è bisogno. La politica continua e ci dice che questo è giusto. In nome di questo ritorno alla politica quanti hanno interagito nei processi di politicizzazione radicali sono trattati come truppe di un esercito smobilitato:"grazie per il servizio prestato", ma ora a casa. Smobilitati e pericolosi: quanti articolarono le proprie esigenze nell' organizzazione della lotta e inaugurarono un protagonismo sociale inedito, sono ora sottomessi alla grande fabbrica della soggettività capitalistica attuale: l'"insicurezza". Il paradosso è palese: la politica torna per spoliticizzare. Trattasi ora di appagare i focolari sparsi per tutto il territorio. La politica torna a essere tale: il sociale deve spoliticizzarsi...tutto ciò che assunse vita autonoma dovrebbe immobilizzarsi nell' attesa di essere abilitato come attore legittimo. L' offensiva della politica è particolarmente acuta quando pretende di appropriarsi del senso delle giornate di dicembre. Altro che inesistenti, allora, quelle date sono reclamate ora come imprescindibili per ricostruire una nuova legittimità: un rinnovato gioco di linguaggi e legalità è stato attivato sulla base di una forte aspirazione di normalizzazione. Tale sistema di transizione tra il "nuovo" e il "vecchio" si alimenta di una rinnovata aspirazione circa i vantaggi ottenibili dalla ricomposizione dei poteri di comando. A tal punto che le forze che hanno preso in mano le articolazioni del sociale confidando nella propria capacità di cooptare gli elementi più innovativi dei movimenti sociali non possono evitare di essere invasi da elementi apertamente reazionari. E per quanto sia contraddittorio (la narrazione politica dominante dei processi attuali e la tonalità disciplinatoria che gli si confà) questo gli consente di ammantare i processi attuali con un fare da anni settanta. La speranza diviene così attesa: le lotte concrete vanno subordinate alle più astratte elucubrazioni circa le relazioni di forza completamente distaccate dal quotidiano, e le ribellioni (le esperienze di autorganizzazione dei movimenti sociali radicali) vanno adattate al nuovo "cronogramma politico". Così, la mappa dell' Argentina attuale è attraversata da una linea verticale normalizzante fatta di una rinforzata e paradossale tendenza alla frammentazione sociale (tanto più paradossale in quanto la sua forza si radica nella promessa di integrazione fondata su una precaria inclusione lavorativa) e di certi lineamenti di ricomposizione politica. Ma attraversata anche da una linea diagonale, di molteplicità, che lavora in una varietà smisurata di siti pensanti. Una polarizzazione attraversata da un trasversalismo resistente. La cartografia di una polarità socioeconomica e culturale boicottata da una resistenza di fatto, fondata su precarie reti diffuse capaci di esplicitarsi di volta in volta. Governabilità quindi, e strategia di assimilazione –di segno opposto– di alcuni elementi di autogoverno, o una nuova gestione della forza lavoro occupata e disoccupata sotto la promessa di lavoro per tutti: dai piani sociali ai salari miserevoli, o la conversione dei piani sociali in esigua base salariale di un "neokeynesismo" irrisorio. Invito, in fine, a gestire la precarietà della vita e delle organizzazioni politiche e sociali che oscillano tra autogoverno e cogestione. Sfruttamento puramente politico della forza lavoro da parte di un umanesimo vittimizzante che subordina (sacrifica) la vita negandole ogni capacità creativa autonoma. Certamente questa stessa formula può porsi sicuramente a livello continentale, perchè questa è la forma attuale dei processi di sussunzione del lavoro e delle risorse naturali nel mercato mondiale. La quarta guerra mondiale continua. Perciò non si può non considerare la trasversalità e l' autorganizzazione popolare quali linee difensive di massima rilevanza. E per finire, il 19 e 20 sono date di commemorazione: che politica è quelle che si pone in gioco questi giorni? Cosa si dimentica mentre si ricorda? Di che sono memoria questi fatti? In cosa consisite la disputa attuale per la commemorazione se non in un conflitto per l' elaborazione di nuove legittimità, che lavorano in mezzo a vuote ideologie? Ma la domanda è un' altra: che resta in noi –o di noi– a due anni da quel dicembre? Chi siamo oggi? E che pratiche articoliamo? Quali idee ci rendono forti se, come ci accade, non ci interessiamo ai discorsi che scorrono puliti cercando realtà (cose e vite) da formattare? Dove conduce il cammino della verifica delle pratiche? Dopo tutto, forse siamo un "noi" a partire da una certa prospettiva di quel dicembre. Capita che si scopra chi "siamo" se siamo capaci di percepire quanto vi sia stato di radicale in quelle giornate: l'inesistenza di ogni garanzia a priori –e di ogni pretesa prospettiva privilegiata– del pensare e del fare. Hasta siempre, Colectivo Situaciones 16 de diciembre de 2003 |